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Oggi parliamo di “fatiche”, fatiche fisiche diciamo.

Una delle mie più grandi fatiche fisiche (dio bubu) la feci all’Aquila.

Era un freddo giovedì di dicembre, per la città brillavano già le luminarie natalizie e quella sera iniziò a nevicare forte.

Quando all’Aquila nevicava forte noi studenti sapevamo che dovevamo all’istante abbandonare la lezione, prendere il primo autobus e scongiurare che ancora passassero perché generalmente in un’ora il traffico si paralizzava e con il caz che riuscivi a raggiungere casa!

Stesso discorso per gli Autobus regionali.

Se il giovedì sera nevicava di brutto tutti sapevamo che era inutile rimanere in città di venerdì tanto sarebbero state chiuse tutte le scuole, univ e con il caz che sarebbero passati autobus con il rischio di passare il weekend all’aquila, in solitudine a casa, con poche provviste di cibo e al freddo!

Quindi, Jò, quel giovedì si sbrigò a tornare dai suoi 1000 metri della facoltà di Ingegneria fino a casa (ci misi tipo 2 ore) e poi dalla casa fino alla stazione degli autobus.

Più facile a dirsi che a farsi.

Tutto sommato non è un ricordo brutto, riesco ancora a cogliere l’aspetto romantico di quella avventura, la solitudine con il paesaggio innevato aquilano ad esempio, diciamo in realtà che potevo restarmene A LA CASA ed attendere invano che il tempo si rimettesse.

Invece no.

Alle ore 7:35 partii temeraria dal mio appartamento situato ovviamente NON in centro, NON vicino alla stazione, NON in pianura, bensì nella parte alta della città.

Questo vuole dire che quella sera mi incamminai nel tipico buio nevoso illuminato dall’arancione dei lampioni, con tempesta di neve in corso, strade deserte di macchine e uomini, nell’oscurità soltanto io con la mia valigia ed il mio zaino.

Ovviamente la valigia era anche pesante.

Ovvio anche lo zaino.

Tempo di uscire dal portone bloccato dalla neve, di attraversare il viottolo condominiale e fare le prime impronte sul bianco manto, mi ritrovai in strada.

Dall’alto potevo scorgere il centro della città tutta imbiancata, una luna che provava a far capolino senza riuscirvi, il freddo delicato sul viso dei fiocchi di neve, la consapevolezza di dover fare 4 km a piedi e sperare di arrivare puntuale per la partenza.

Già riuscire a fare la discesa ghiacciata fu una grande avventura: per scendere senza scivolare buttavo avanti la valigia (la lanciavo, si) e mi aggrappavo alle macchine.

Questo era il primo chilometro.

Al secondo km mi si presentava viale della Crocerossa, ghiacciata ovvio.

Al terzo km mi ritrovai all’incrocio più difficile, la strada più larga.

Devo esser sembrata titubante o handicappata a tal punto che uno svedese ubriaco vestito di verde militare e con la birra in mano venne verso di me e in inglese mi disse: “Don’t worry!”.

Iniziai a ridere, lui mi afferrò per un braccio, dio se sapeva di birra!!!

A passo spedito, camminata goffa, mi prese sottobraccio e in attimo mi fece attraversare.

Mi salutò.

Al quarto km incontrai due Mormoni.

Cioè.

In strada c’eravamo soltanto io, lo svedese e due mormoni.

Questo mi fa capire che io ero proprio un mito.

Oh.

Feci con loro un paio di incroci, poi le nostre strade si divisero.

Ma non importava più perché poco dopo mi si aprì la curva della fine di Via Strinella e vidi una della immagini più belle e emozionanti di tutta la mia vita.

“Parcheggio Terminal Lorenzo Natali”.

Non potevo crederci, quasi mi mettevo a piangere, ero arrivata alla stazione dopo un’ora e mezza nella follia più pura!

Insomma tutto andò liscio: non mi ruppi gambe, non cascai mai, nessuno mi violentò o derubò, il pullman arrivò e partì in orario.

CI mettemmo 3 ore per arrivare al capolinea, ma arrivai, era mezzanotte e trovai il Folle che mi aspettava in stazione.

Felicità estrema.

E voi invece?

Qual’è una delle più grandi fatiche fisiche che abbiate mai fatto?

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